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Recensione film: The Master

Dopo i successi ottenuti con “Magnolia “ e “Il Petroliere”, Paul Thomas Anderson torna ad investigare nei meandri più oscuri e celati della psiche umana. E decide di farlo con “The Master”, un dramma introspettivo della durata di oltre due ore, grottesco quanto raffinato. 

Freddie Quell, coraggioso marine sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, fa ritorno a casa con gravi disordini mentali dovuti alle oscenità vissute sul fronte. Nemmeno le cure militari non riescono a farlo stare meglio, anzi, accentuano ossessioni che, fino a quel momento, l’uomo riusciva a nascondere (come quella per il sesso). Malato e depresso, Freddie si da all’alcolismo finché, un giorno, incontra il carismatico Lancaster Dodd. Egli è fondatore e capostipite di una setta spirituale che affonda le radici in un singolare metodo di introspezione inventato da Lancaster stesso e che l’uomo singolare decide di sperimentare sullo sbandato marine.

Come suo solito, Anderson non si smentisce mai. Nessuno, come lui, riesce a scoprire i nervi delle più terribili e perverse sfaccettature della psiche e a mostrarli con raffinatezza e candore. Un artista eccelso, capace di confezionare un’opera di cui è proprio la regia a costituire il fiore all’occhiello.

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